MOSTRA : esperienze di un componente del gruppo di lavoro.

           Circa due anni fa mi sono trovato catapultato – per merito di mia moglie e delle sue amicizie nel Borgo – in un gruppo di lavoro organizzato in laboratorio di ricerca, che aveva lo scopo di recuperare materiali, soprattutto inediti, e raccogliere testimonianze dai più anziani del Borgo, da utilizzare in una mostra documentaria sul Quartiere il cui catalogo è stato presentato in questi giorni.

     

         Il team, costituito da ‘veronesi de soca’, si era costituito da qualche mese ed aveva già iniziato la sua interessante attività. E’ facile immaginare come mi sia sentito ‘spaesato’ tra tante qualificate persone, io che di Verona avevo conoscenza soltanto perchè era stata la mia sede di servizio agli inizi degli anni 70 e all’inizio degli anni 80, e poi sede definitiva andando in pensione verso la fine del secolo.

       E’ pur vero che molti miei ricordi sono legati ai periodi in cui ho abitato a Verona, e proprio in Borgo Trento, con la famiglia appena formata, con la piccola Valeria che qualche volta accompagnavo in un asilo nido in via delle Argonne e poi all’asilo di via Prato Santo; ma ricordi questi che certamente non potevano essere di aiuto al lavoro intrapreso dal nostro team.

       Nei primi anni di mia permanenza in città avevo spesso sentito parlare della “campagnola“, ma non mi ero mai posto la domanda del perchè ci si riferisse a Borgo Trento con tale nome. I miei primi ricordi di aree verdi, poco abitate si riferivano soprattutto alle zone intorno all’Ospedale Maggiore, verso la collina, verso Avesa e Quinzano.

       Con i primi risultati delle ricerche effettuate dagli amici del gruppo (dico amici perchè proprio lavorando insieme si è realizzata un’affettuosa e forte amicizia), con la visione di raccolte di foto dell’epoca, di articoli di giornali e di documentazione relativa allo sviluppo urbanistico del Borgo ho cominciato a vedere, come in un film, la trasformazione dell’area verde – che certamente l’appellativo di campagnola perfettamente indicava – in zone residenziali (vedi ad esempio le case dei postelegrafonici nella zona occidentale verso il fiume, e quelle dei ferrovieri tra via Rovereto e via dei Mille), ma anche la costruzione intensiva di palazzi a poca distanza gli uni dagli altri, su via IV Novembre e nelle aree limitrofe, soffocando le poche ville rimaste che all’inizio della loro esistenza avevano goduto certamente di rigogliosi e freschi giardini.

       Ma ciò che più di ogni altra cosa mi ha dato l’opportunità di farmi un quadro abbastanza completo dello sviluppo complessivo del Quartiere sono state le “video interviste” per le quali ho lavorato in prima persona, staffa a staffa con il nostro leader.

       E’ stato così, grazie ai miei hobbies sviluppati andando in pensione, che ho potuto anch’io contribuire all’attività di ricerca del gruppo di lavoro e al tempo stesso rendermi conto dei suoi aspetti meno conosciuti o meno appariscenti, delle problematiche relativi ai giovani, a come si è manifestato il periodo ‘buio’ del ’68, al proliferare della droga, alla trasformazione del Quartiere da ‘giovane’ in un quartiere di ‘residenti piuttosto anziani’.

       Le persone che hanno accettato di condividere con noi i loro ricordi, ci hanno fornito dati, aspetti poco conosciuti dello sviluppo del Quartiere, aneddoti e molto altro. I loro racconti si sono allacciati tra loro completando aspetti da alcuni solo accennati, fornendomi così una visione più completa dello sviluppo e delle problematiche del Quartiere soprattutto dagli anni ’60 in poi.

       L’aver avuto la possibilità di vedere gli innumerevoli documenti raccolti, di aver ascoltato dalla viva voce degli abitanti le loro storie e i loro ricordi, di vivere tra queste persone così attaccate alle tradizioni loro e del Quartiere mi porta a ricredermi su come, anche se solo veronese di adozione, si possa invece diventare parte integrante della città che lo ospita.